Nei suoi testi Amélie Nothomb dimostra sempre una certa capacità di intrecciare la sua trama narrativa con qualche buona riflessione filosofica. Nel caso di Né di Eva né di Adamo tocca al Nietzsche di Così parlò Zarathustra essere chiamato esplicitamente in causa: è, infatti, con autentico spirito nietzschiano – dionisiaco, libero e fanciullesco, fatto di aspirazione all’altezza e leggerezza, di coraggioso e orgoglioso sguardo dritto al sole, di leonina forza di volontà – che Amélie affronta la scalata del Monte Fuji. «Oltre i millecinquecento metri, scompaio. Il mio corpo si trasforma in pura energia, il tempo di chiedersi dove sono finita e le mie gambe mi hanno già trasportato così lontano da farmi diventare invisibile. Altri hanno questa proprietà, ma non conosco nessuno per cui sia una qualità tanto insospettabile, visto che né da vicino né da lontano somiglio a Zarathustra.
Eppure, è proprio quello che divento. Una forza sovrumana si impadronisce di me e ascendo in linea retta verso il sole. La mia testa risuona di inni non olimpici, ma olimpiani. Ercole sembra un mio cuginetto emaciato. Per parlare solo del ramo greco della famiglia.
Se sei Zarathustra, hai piedi divini che mangiano la montagna trasformandola in cielo e, contemporaneamente, al posto delle ginocchia hai catapulte con il resto del corpo come proiettile. Al posto del ventre hai un tamburo di guerra e al posto del cuore la percussione del trionfo, hai la testa abitata da una gioia tanto terrificante che necessita di una forza sovrumana per sopportarla, possiedi tutti i poteri del mondo per l’unico motivo che li hai avocati a te e puoi contenerli nel tuo sangue, e non tocchi più terra causa il dialogo ravvicinato col sole».
«Le mie gambe sono così grandi, mangeranno le cime, voi non avete idea del loro appetito.
Corro lungo la linea della vetta. Per sei ore di sole e di cielo blu, avrò il monte Fuji solo per me. Queste sei ore non basteranno a contenere la mia estasi. L’esaltazione mi serve da combustibile: non ce n’è di migliore. Zarathustra non ha mai corso così veloce e così in preda all’ebbrezza. Do del tu a Fuji, danzo sulla cresta. È un momento sublime.
Visto che è uscita qui una nuova recensione del volume di Roberto Maragliano Parlare le immagini, colgo l'occasione per riparlarne.
Il volume si compone di diverse sezioni: i ragionamenti contengono i punti di vista dell’autore; gli attraversamenti sono, invece, citazioni di approcci altri, più o meno in sintonia con quelli dell’autore e che fanno da contrappunto ai suoi ragionamenti; sono presenti, inoltre, due intermezzi, uno di sole immagini – palestra per riposare e allenare gli occhi a giocare – e uno di sole parole letterarie – perché solo il loro valore artistico riesce a rendere una parte del fascino e del turbamento delle immagini.
Non si intende, quindi, fornire una lista di raccomandazioni educative, ma semplicemente far maturare «la consapevolezza del valore cruciale che è destinata ad assumere la prospettiva di proporre e realizzare educazione dentro l’universo delle immagini, in modo serio, convincente, attraente, talora pure drammatizzante».
Perciò c’è la scelta di realizzare un libro non finito, fin dal titolo – Parlare le immagini –, espressione volutamente monca e incompleta (il parlare delle immagini, il far parlare le immagini, oppure altro ancora?) che riflette il carattere aperto, mobile, irrequieto dell’immagine.
Questo porre più ombre che luce sul tema prevede una continuazione della sua trattazione nell’estensione di rete del volume – il sito http://www.parlareleimmagini.it – dove i lettori possono divenire autori e attori, giocare e mettersi in gioco tirando fuori e documentando, tutti assieme, il proprio immaginario, rendendolo denso e ricco intrecciandolo con quello degli altri.
Che significa ridere? Che c'è al fondo del riso? A questo genere di domande tenta di rispondere Henri Bergson nel suo saggio sul senso del comico, Il riso. «Il comico è quell’aspetto della persona per il quale essa rassomiglia ad una cosa, quell’aspetto degli avvenimenti umani che imita, con la sua rigidità di un genere tutto particolare, il meccanismo puro e semplice, l’automatismo, insomma il movimento senza vita. Esso esprime dunque una imperfezione individuale o collettiva che richiede la correzione immediata. Il riso è questa correzione stessa. Il riso è un certo gesto sociale, che sottolinea e reprime una certa distrazione speciale degli uomini e degli avvenimenti».
Per Bergson l’essenza generale della vita – l’élan vital (lo slancio vitale) – consiste in un’energia che si distende, in un movimento dell’intelligenza sempre attenta che si risolve nell’azione dell’avventura, del rischio e dell’impegno. Questo movimento però, per mancanza di attenzione e di inventiva da parte dell’intelligenza di fronte all’esperienza sempre rinnovantesi, può ripetersi, piegandosi in automatismo, una sorta di sonnolenza, torpore o incoscienza dell’intelligenza che si fa simile a una coscienza animale, incapace cioè di aprirsi a un’invenzione continuamente rinnovabile e che tende, invece, a scivolare nel sonnambulismo dell’istinto, in cui tutto si piega e s’incurva in meccanicità, in un sistema di abitudini. Come dirà Jean-Paul Sartre «le buone abitudini non sono mai buone, perché sono abitudini» (Quaderni per una morale), dovendo la morale consistere, invece, in una conversione e rivoluzione permanente, in una “evoluzione creatrice”.
Quindi, ogni rigidità del carattere, dello spirito o anche del corpo costituiscono per una società e una morale aperta come un disturbo, un sintomo e una minaccia, e occorre intervenire con un’azione di repressione: la risposta, il castigo, è il semplice gesto sociale, la reazione collettiva, del riso, una pressione del gruppo sull’individuo che ha la forma di un imperativo morale a rendere e mantenere flessibile uno slancio vitale teso ed elastico che rischia una rigidità meccanica.
Nonostante abbia questa funzione di imperativo morale utile per un perfezionamento generale, il riso non può essere assolutamente giusto. Il riso è, invece, un’umiliante correzione insensibile e indifferente, a volte ingiusto e cattivo, che non sempre colpisce giusto, perché, mirando a un risultato generale, non può concedere ad ogni caso particolare l’onore di esaminarlo separatamente. Una media di giustizia può apparire nel risultato d’insieme e non nel dettaglio dei casi particolari. In ogni caso, vista la sua funzione, il riso non può essere contrassegnato da simpatia e bontà, ma deve intimidire umiliando.
- Va a sedersi davanti al computer. Fissa quel cazzo di coso tutto il giorno -. Gardner ponderò qualcosa. [...]
- È un mondo totalmente diverso, - mormorò Huntington. - Hanno sviluppato tutta una serie di capacità nuove che li separano da noi.
- Sanno maneggiare le informazioni visive -. Gardner si strinse nelle spalle. - Sai che roba, cazzo. Per quanto mi riguarda, sono stronzate.
- Non hanno idea di come contestualizzare le cose, - mormorò di nuovo Huntington, allontanandosi, mentre faceva un altro tiro da una nuova canna. Ne avevamo ancora due da passarci ed eravamo già fusi.
- Sono drogati di frammenti.
- Ma tecnologicamente sono più avanti di noi -. Questo lo disse Mitchell, ma dal tono piatto e distaccato non riuscii a capire se stesse contraddicendo Mark.
- La chiamano tecnologia disgregativa.
A un tratto sentii Victor abbaiare nel nostro giardino.
- Mimi non vuole più che Hanson giochi a Doom.
Un dialogo tra padri sui propri figli, sull'ansia e sulla paura che il divario tecnologico tra due generazioni provoca: solo la conoscenza - non la chiusura, la condanna e la censura - può aiutare in questa situazione.
Il reale è razionale, come voleva Hegel, oppure, come sosteneva Schopenhauer, è la manifestazione di una cieca e assurda volontà?
Vediamo se ad aiutarci a scegliere possono essere le lamentele di Ermete, costruttore di tutto ciò che esiste su incarico di Lui.
Guardate per esempio, una delle sue scatole di montaggio. - Mostrò una scatolina piena di pezzi microscopici, e viti grandi come una capocchia di spillo.
- Ora vi leggo le istruzioni su come si costruisce un diplopode (il nome è già un programma!): diplopodi o millepiedi: corpo distinto in capo e tronco, quest'ultimo diviso in torace e addome: torace di quattro segmenti, 1 privo di zampe, 2-4 con un paio di zampe. E già a montare questo uno si rovina la vista. Ma non è finita: addome di doppi segmenti diplosomiti in numero compreso fra nove e oltre cento, ravvicinati, ciascuno con due paia di zampe. Capito?: "da nove a oltre cento", come se fosse la stessa cosa! Qua basta perdere una zampina, una sola, e l'assetto va a farsi benedire, non mi tiene più la strada, è un disastro. E credete che siano segnate le zampe destre e le sinistre? Macché, uno deve controllarle una per una. Ma udite, udite: orifizio genitale medioventrale nel terzo segmento: e se sbaglio segmento, cosa succede, resta vergine? E poi: respirazione mediante trachee, roba da ridere, infilargliele una a una in bocca!
E poi questa è la Classe, ma ci sono da fare anche gli Ordini: non basta un modello unico di diplopode, c'è il coupé, la berlina, la spider. Glomeridesmida, Oniscomorpha, Polydesmida, Chirdesmida, Juliformia e Colobognatha. Guardi il polydesmida, poveraccio: tronco di 19-22 segmenti, ghiandole repugnatorie presenti, occhi assenti. Cieco e con cinquanta zampe, come farà a non inciampare? Ma a cosa servono tutti questi piedi, guardi qua questo protoragno, già con otto è incasinato, si figuri con mille. Questo è sadismo, o no? Perché creare un millepiedi, per farlo finire nelle barzellette? Ma io non posso discutere, sono solo un operaio, e dai che attacco le zampe e dai che monto ghiandole repugnatorie e dai che non devo confondermi tra segmento anale e capo globulare, se no oltretutto gli danno anche della faccia da culo. Come può una mente superiore pensare in modo così perverso? [...] Qua non c'è pianificazione, non c'è marketing - disse Ermete sconsolato - verrà fuori un gran casino.
Il contrasto tra la suggestione narcisistica e l’esemplarità buona è quello – nel romanzo di Tolkien – tra Saruman e Gandalf. La voce idealizzata di Saruman era un’illusione, ma con tutta la potenza dell’illusione:
«Per alcuni l’incantesimo durava solo finché la voce si rivolgeva a loro personalmente, e quando parlava a qualcun altro essi sorridevano come chi ha indovinato il trucco di un prestigiatore, mentre gli altri sono ancora sbalorditi. A molti bastava udirne il suono per esserne avvinti; vi erano infine i succubi, coloro che rimanevano vittime dell’incantesimo e che ovunque fossero udivano la dolce voce bisbigliare istigandoli».
Pensa, invece, a Gandalf, “capo” senza attributi vistosi, senza pompe né misteri né sceneggiate né minacce né vanità né esibizionismi né uffici prestabiliti né liturgie sacre.
Il re Aragorn Elessar lo sa bene e, alla fine della guerra, si fa incoronare da Gandalf dicendo:
«Lui è stato il fautore di tutto ciò che è stato compiuto e questa vittoria è sua». Il potere di Gandalf è il dire la verità e – a partire dalle massime universali fino ad arrivare ai consigli pratici e necessari occasione per occasione – il permettere che gli altri abbiano intorno a sé l’ambiente idoneo per pensarla in proprio. Alla fine delle singole storie dei membri della Compagnia, nessuno dipende da Gandalf o cerca di imitare Gandalf: gli hobbit rimangono hobbit, ma più felicemente e pienamente hobbit; gli uomini rimangono uomini ma più pienamente uomini; chi doveva portare l’Anello riesce a portarlo; chi doveva diventare re lo diventa; chi voleva sposarsi si sposa; chi voleva vivere e non morire vive.
E Gandalf parte dai Rifugi Oscuri senza portare via niente dalla Terra di Mezzo: il suo “potere”, veramente efficace, non è, alla fine, nel far dipendere gli altri da sé, ma nel contribuire a farli vivere non dipendenti da nessuno e sempre più amici tra loro.
Nel gennaio 1943, in uno scompartimento di prima classe del treno proveniente da Roma, viaggiavano sei persone, comodamente sprofondate nei cuscini rossi. Nel lungo corridoio brancolavano fra le tenebre dell'oscuramento delle forme umane, mal rassegnate a passare tutta la notte in piedi: di quando in quando, taluna di esse apriva la porta e chiedeva ai viaggiatori che concedessero di alternarsi nel riposo, o almeno si stringessero un poco per creare il cosiddetto quarto posto; scene ormai consuete che riproducevano in aspri battibecchi l'eterno conflitto fra giustizia e diritto. Nello scompartimento di cui parliamo la tutela del diritto era stata assunta da un signore elegante e corpulento che rientrava dalla capitale dopo aver fatto valere la sua influenza presso i ministeri in favore di una società di armamento: con la parola pronta e vivace egli finiva con l'imporsi ai disturbatori, e gli altri compagni di viaggio, se anche in cuor loro sentivano che le pretese degli sfortunati non erano del tutto ingiuste, si mostravano felici di aver trovato il modo, per l'abilità del difensore, di salvare i posti, mantenendo tranquilla la loro coscienza.
Perché gli italiani avevano accettato, e nella stragrande maggioranza sostenuto, il fascismo? Secondo Salvatore Satta, l'uomo tradizionale, il medio cittadine di stampo ottocentesco, attaccato alla libertà soltanto come garanzia del privilegio, aveva subito ceduto questa libertà al fascismo, impaurito dagli squarci che si erano aperti nel vecchio ordine; aveva accettato la servitù per non morire, preso dal panico si era buttato a sognare l'impossibile restaurarsi di un nuovo ordine che ancora una volta lo tranquillizzasse.
Gli stregoni del film Rosemary’s Baby di Polanskiconcordano sicuramente con San Tommaso sul fatto che esistano fenomeni che sfuggono alla nostra razionalità, e che debbano esserci altre scienze in grado di spiegare ciò che il pensiero razionale di per sé non spiega.
Ovvero: dinnanzi a un simile ammasso di fatti accumulati non finisce per diventare irrazionale l’insistenza sulla “spiegabilità attraverso coincidenze”? insomma, qual è il limite razionale delle spiegazioni “razionali” proposte?
Il dibattito medievale sul rapporto tra fede e ragione vede contrapporsi posizioni tra le più diverse: dall'idea che la potenza divina sconvolge i sillogismi dei dialettici che Pier Damiani espone nel suo Sull’onnipotenza divina, a quella che è necessario capire per credere sostenuta da Abelardo nel Dialogo fra un filosofo, un giudeo e un cristiano, fino ad arrivare a quella che è la crisi della scolastica medievale, l'idea che non si può avere alcuna scienza teologica come afferma Guglielmo d’Ockham nelle sue Esposizione sugli VIII libri della Fisica.
Mai come da un paio di mesi a questa parte mi sono sentito di comprendere così bene la dottrina dei tre principi di Fichte, la loro relazione dialettica mi sembra non solo una congettura filosofica ma anche movimento reale.
L’io pone se stesso assolutamente.
Il primo principio, la tesi, è la libertà, il primato del soggetto e della spontaneità creativa dell’io, della sua tendenza all’autorealizzazione.
L’io assoluto oppone a se stesso un non-io altrettanto assoluto.
Il secondo principio, l’antitesi, è la recettività, la passività, la finitezza, la contingenza, il rapporto dell’io con un dato sensibile, con una realtà altrettanto assoluta. Questo rapporto viene posto non appena è posto l’io, ed è come un urto: la retta dell’io che procede all’infinito trova un inatteso e inspiegabile ostacolo, il non-io, che interrompe il suo procedere e gli fa sperimentare un’invincibile resistenza.
Nell’io assoluto, l’io divisibile si oppone a un non-io altrettanto divisibile.
Il terzo principio è la sintesi concreta dei primi due, descrive la condizione della coscienza reale alla luce dei due precedenti principi: l’io concreto è limitato, finito, ed esiste sempre in rapporto a contenuti reali che ne sono l’oggetto (il non-io, a sua volta finito), ma questa relazione avviene sullo sfondo di un’esigenza di libertà e autodeterminazione (l’io assoluto è conservato come esigenza).
Cos'è che credo mi abbia fatto vivere concretamente questa elucubrazione filosofica?
Semplice, le lezioni di equitazione che ho iniziato a prendere a fine luglio: stare sul cavallo e cercare di farlo andare, al trotto o al galoppo, è davvero uno scontro tra tendenze assolute che si limitano a vicenda, e la sintesi, quando riesce, è davvero un incredibile risultato.
La sequenza finale del film Blow-up di Michelangelo Antonioni svolge con estrema chiarezza, attraverso le sole immagini e senz’alcuna parola, il tema della percezione del reale e dei dubbi che lo sfuggente confine tra il reale e l’immaginario inevitabilmente fanno emergere. La soluzione finale del conflitto tra il reale e l’immaginario, tra il vero e il falso, scava tra Cartesio e Antonioni un abisso incolmabile: mentre il primo dinnanzi al dubbio opta per la realtà scoperta a furia di argomentazioni lasciando da parte il mondo dei sogni, Thomas [il protagonista del film di Antonioni] opta chiaramente per l’indeterminazione della verità, lasciando stavolta da parte le pretese evidenze oggettive (come per esempio la fotografia, dapprima garante di restituzione esatta di un reale che alla fine si è rivelato più fugace che mai). In realtà l’accaduto fa in modo che il fotografo metta per la prima volta in discussione proprio l’affidabilità della macchina fotografica, nonché la sua prepotente garanzia di oggettività.
Diversamente dalla filosofia cartesiana, il film rappresenta una sconfitta dell’oggettività in favore di un multiprospettivismo perennemente oscillante, come se l’incertezza sistematica e la totale mancanza di fondamenta del campo visivo rappresentassero la scelta più adatta per un essere finito come l’uomo.
«Durante il tempo nel quale gli uomini vivono senza un potere comune, capace di tenerli tutti in soggezione, essi vivono in quella condizione che è chiamata guerra: e si tratta di una guerra di ognuno contro ogni altro uomo [bellum omnium contra omnes]. Poiché la guerra non consiste soltanto nella battaglia o nel fatto di combattere, ma in tutto quel periodo di tempo durante il quale la volontà di combattere sia sufficientemente nota. […] Per questo tutto ciò che è conseguenza dello stato di guerra, nel quale ogni uomo è nemico di ogni altro uomo, è anche conseguenza della condizione nella quale gli uomini vivono senza altra sicurezza che quella che la loro stessa forza e la loro stessa abilità sono in grado di procurargli».
(Hobbes, Leviatano)
E questa guerra la vince il verme più forte e astuto, come nella sequenza introduttiva del videogioco Worms 2 ...
... o il topo con la pistola più grande, come nell'episodio di Grattachecca e Fichetto in cui il gatto e il topo animati preferiti dai figli Simpson si sfidano con armi sempre più grandi fino all'inevitabile sconfitta del gatto che finisce lanciato direttamente sul sole.
Nella Contea tutti gli Hobbit sono ignoranti attuali: ma tra di loro alcuni sono anche ignoranti potenziali – coloro che chiudono occhi e orecchie ai grandi avvenimenti della Terra di Mezzo, avvenimenti che però, volenti o nolenti, comunque li coinvolgono – mentre altri sono potenziali sapienti: sono Frodo, Sam, Merry e Pipino, che ascoltano Gandalf, consultano gli Elfi, ammirano gli Uomini, imparano e crescono e saranno gli unici a saper fronteggiare la marea che arriverà a sommergere la stessa pacifica Contea. D’altra parte, ci sono i sapienti attuali, per esempio gli Istari (gli “stregoni”), e tra essi c’è chi è ignorante potenziale, come Saruman Curunir, che corrompe la sapienza posseduta e diventa progressivamente cieco, incapace di imparare dall’esperienza, e c’è chi è anche potenziale sapiente, come Gandalf Mithrandir [il Pellegrino Grigio], che tutti ascolta e da tutti impara, e nel suo socratico “so di non sapere” vive la sua vocazione di ricercatore e di testimone della verità.
Questo romanzo solista di uno dei membri del gruppo Wu Ming narra le intrecciate vicende di un gruppo di studenti di Oxford di ritorno dalla prima guerra mondiale, tutte legate tra di loro dalla presenza di Lawrence d'Arabia - il leggendario archeologo divenuto ispiratore e guida della rivolta araba contro l'impero turco - e, visto che tra questi studenti spiccano J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis e il poeta R. Graves, dal problema di come conciliare la devastante esperienza appenna vissuta con il mestiere e l'arte dello scrivere. Tolkien sceglie di usare una lingua per costruire un mondo: egli, da filologo, «amava le parole, ma in un modo privato e peculiare. Erano arcani, enigmi da risolvere, contenevano storie, abbracciavano secoli e continenti. Ogni parola ne suggeriva altre, forse mai pronunciate, ma del tutto plausibili, ancora più dense di significati e rimandi, quindi più vere». Perciò, dopo la guerra, visto che «chi ricostruisce mondi perduti può essere capace di immaginarne di nuovi», egli - «carta e inchiostro come roccia e scalpello, carne e sangue» - «non aveva trovato un modo migliore per domare i mostri se non trasformarli in creature fiabesche, da relegare oltre lo specchio, nel regno fatato. Glielo consentiva il potere arcano della lingua, l'ancestrale forza evocatrice. Il segreto delle parole». Ecco, così, che il racconto de La caduta di Gondolin - che «parlava dell'assedio di una roccaforte e dei coraggiosi difensori che avevano sacrificato la vita nel tentativo di salvarla» - riguarda più in generale i sopravvissuti a una guerra e quelli che non ce l'hanno fatta; oppure che la storia di Tùrin Turambar - «la storia di un fallimento implicito nel peccato stesso di immaginarsi "Turambar", Padrone del Fato» -, oltre che richiamare le tragedie classiche come quella di Edipo, non può non ricordare anche le contemporanee vicende di Lawrence d'Arabia.
Pur se l'opera resta di fantasia la coerenza con le biografie dei protagonisti è garantita e la ricostruzione storica è fedele, soprattutto per quanto riguarda il problema della difficoltà di conciliare le spinte colonialiste con il principio di autodeterminazione dei popoli (in questo caso gli arabi) che caratterizzò la prima guerra mondiale.
Mentre mi tiravo su, lei si rilassò, e ci baciammo di nuovo. Mi persi ancora in lei. - Dio, cos'hai sulle labbra? - mormorai. - Questo profumo mi riporta indietro.
- Dove?
Le stavo leccando la bocca. - Solo, tipo, indietro. Nel passato. Sto rivivendo la mia adolescenza.
- Per un lucidalabbra?
- Già, - sospirai. - È come con i mandarini di Proust.
- Vuoi dire le madeleine.
- Già, come con quei piccoli mandarini.
- Come... hai fatto ad avere questa cattedra?
Secondo Bergson è attraverso il corpo, strumento di selezione per sottrazione o diminuzione, che il soggetto ritaglia dall’universo delle immagini una porzione significativa di esso, che va a costruire la sua rappresentazione dell’oggetto e la sua coscienza.
La percezione non è un’attività contemplativa e disinteressata ma pratica ed interessata, svolta anche in base ai ricordi che albergano nella memoria (il cui tempo è la durata, la simultaneità di tutti i ricordi): la memoria orienta la percezione e la percezione attiva contenuti della memoria altrimenti obliati.
Che si tratti di mandarini, madeleine o lucidalabbra...